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Glossario dei termini chiave per la ricerca scientifica sull’adolescenza femminile (A-Z)

Glossario dei termini chiave per la ricerca scientifica sull’adolescenza femminile

(A-Z)

(sviluppato da Fiona Handyside, Danielle Hipkins e Peyker Özler – tradotto da Maria Elena Alampi)

Affect (Girl as) – Affetto (Ragazza come) (

Monica Swindle, in “Feeling Girl, Girling Feeling: An Examination of “Girl” as Affect”, Rhizomes 22 http://www.rhizomes.net/issue22/swindle.html, esamina “come l’età e il genere influenzano i sentimenti e le emozioni (sentimento del girling) ed intendere il termine ragazza, come stato affettivo che può influenzare ed essere usato per influenzare, come influenza ragazze e donne e come potrebbe essere usato per influenzare gli altri per respingere le forze che costringono le ragazze e le donne (sentirsi ragazza).’

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La paura del tuffo e il trionfo del brutto anatroccolo: premiazione del nostro video saggio

di Danielle Hipkins

Un’adolescente si trova sull’orlo di una ruvida parete di roccia dorata, fissando tremante le profondità blu-verdi sotto di lei. [1] Si trova in Sardegna, e il giovane nell’acqua sottostante la incita a saltare giù e unirsi a lui. Dopo un momento di ulteriore esitazione, sbottona goffamente il vestito estivo di cotone e la biancheria intima, e salta giù. Tratteniamo il respiro mentre lei scivola oltre la scogliera, si tuffa sott’acqua e poi torna ridendo sana e salva in superficie. Questa sequenza si svolge verso la fine del film per adolescenti di Francesco Fei Mi chiedo quando ti mancherò (Wonder When You’ll Miss Me, 2019), e descrive un momento di svolta per la liberazione della sua eroina da un passato di body shaming, bullismo, aggressione sessuale e una mancanza di fiducia in se stessi che emergono come temi chiave nel film.

Una volta ho fatto anch’io un salto da un’altezza simile, poco più che ventenne, sebbene fosse al largo della costa gallese in una grigia giornata primaverile, ma nessun uomo sexy era in mia attesa nell’acqua sottostante inducendomi a togliermi i vestiti. Tuttavia, ero l’unica ragazza in un’ escursione tutta al maschile per la quale sono stata convinta dal mio compagno di allora che pensava mi sarei divertita nonostante avessero deciso di fare questi salti dalle scogliere ed io avevo il terrore dei tuffi. Il motivo per cui alla fine mi sono tuffata nel mare oscuro e agitato non era per stare al passo con i ragazzi, ma perché l’unica istruttrice del viaggio mi disse che dovevo farlo “per le ragazze”. Purtroppo quando toccai l’acqua mi fecero soltanto molto male le orecchie e non ci fu nessuna epifania come accade alla protagonista del film, quindi tornando con il pensiero a quella gita di certo non lo rifarei, ma tuttavia sono contenta di aver fatto l’esperienza di essermi tuffata da una scogliera almeno una volta nella vita.

In Mi chiedo ti mancherò, Amanda (Beatrice Grannò) salta, ma non sta nemmeno con il ragazzo. Senza scivolare nel cliché, il film di Fei, tratto dal libro di Amanda Davis, racconta in modo fresco e sottile le possibilità di scoperta di sé racchiuse nelle dolorose prove dell’adolescenza. I realizzatori hanno dovuto mantenere sincronizzati il circo itinerante con la vita reale al centro del film. Fei e il suo team hanno anche lavorato duramente per girare nella variegata e suggestiva campagna della Sardegna, dai paesaggi di sabbia luminosi ai remoti hotel abbandonati e questi loro sforzi sono stati ripagati creando un’eterotopia vibrante e allettante, a volte ostile, per il rito di passaggio dell’eroina verso l’età adulta lontano dall’oppressione del conformismo scolastico.

Il film è stato presentato e proiettato dal regista e dalla sua sceneggiatrice, Chiara Barzini, in un evento a maggio 2022 presso Sapienza Università di Roma, per celebrare i successi di oltre 70 studentesse italiane delle nostre scuole partner. Le studentesse avevano partecipato a un concorso di video saggi per condividere le loro opinioni sui recenti film e televisione italiani sull’adolescenza e il film di Fei era un complemento appropriato alle opinioni delle ragazze sul cinema e televisione visto che nei loro video saggi, hanno privilegiato temi chiave molto simili. Avevano scelto film che esploravano la vergogna insita nell’abitare il corpo femminile dell’adolescente e mostravano come le ragazze vengono messe alle strette da strutture sociali di sottomissione sessuale o di genere. Tuttavia, hanno anche selezionato film che mostrano la festosa resilienza delle ragazze adolescenti mentre barcollano sull’orlo del precipizio dell’aspettativa sociale. Il brief prevedeva che piccoli gruppi di ragazze utilizzassero clip o immagini, insieme a voci fuori campo, canzoni e testi per trasmettere la loro risposta personale a una particolare protagonista femminile. Le partecipanti hanno prodotto i loro video saggi ora pubblicati sul nostro sitoweb scegliendo il film o la serie TV sulle più recenti rappresentazioni italiane dell’adolescenza da un elenco sempre pubblicato sul nostro sitoweb.

“A Girls’Eye View Video Challenge” 10 Maggio 2022- Sapienza Università di Rome

Il film più scelto è risultato Sul più bello (Out of My League, Filippi, 2020), ibrido tra la commedia romantica e il film su ‘la ragazza malata terminale’, il cui successo Netflix è stato confermato dall’uscita di due film successivi ( Ancora più bello/Still Out of my League, 2021; Sempre più bello/Forever Our of my League, 2021). Un terzo dei partecipanti ha scelto questo film, sottolineando la popolarità dell’eroina del film Marta (Ludovica Francesconi). La determinazione e la forza di Marta nell’affrontare la fibrosi cistica e nel trovare l’uomo dei suoi sogni sono celebrate in modo più creativo dai nostri primi vincitori dell’ISS Marisa Bellisario (qui). Il loro video-saggio illustra l’attrattiva di Marta attraverso le età e i generi, comprese le interviste con donne di 40 e 73 anni e un coetaneo maschio. È importante che i giovani sappiano che anche gli adulti vivono ancora delle insicurezze, come spiega uno degli intervistati in questo video saggio. Il video-saggio fa eco a ciò che la regista Antoneta Alamat Kusijanović dice del suo recente acclamato film croato Murina (2021)[2] su una sub di 17 anni e pescatrice di anguille: “È molto importante che il pubblico, non importa chi sia, non importa la sua età o sesso, si connetta alla resilienza che avevano da giovani adulti. Voglio che lascino il cinema e dicano: “Sono stato/a tutti questi personaggi nella mia vita, ma ricordo la forza e la capacità di recupero che avevo e amo la vita”. Questo talentuoso team che si è creato con la challenge intorno ai video saggi sottolinea quanto sia importante per le giovani donne avere sia prodotti rivolti a loro sia sentire come l’esperienza di una ragazza – l’essere umana – non avvenga in  completo isolamento. Così spesso, come ha scritto Catherine O’Rawe, uno dei nostri giudici del concorso, “il fandom cinematografico femminile viene emarginato e respinto”.[3] Uno degli obiettivi di questo concorso è stato quello di portare il pubblico femminile nel discorso mainstream, mentre un altro modo per raggiungere questo obiettivo potrebbe essere anche attraverso visioni e discussioni più condivise, intergenere e intergenerazionale.

La popolarità del film sulla “ragazza malata terminale” risuona con la lettura di Jia Tolentino di Katniss Everdene in The Hunger Games, il cui coraggio, sostiene, “viene dalla sua certezza che il suo futuro è un incubo”.[4] Quale senso di (nessun) futuro perseguita la recente popolarità di film come Sul più bello, o Sulla stessa onda (Caught by a Wave, Camaiti, Netflix, 2021), un altro film sulle “ragazze malate terminali” scelto dai nostri student*? Quali paure per la catastrofe economica, politica o climatica globale sottendono l’ossessione di questi film per la morte prematura? Un terrore che il futuro non arriverà mai, quindi goditi la vita ora? Dov’è questo terrore più sentito che nell’adolescenza, quando sembra che l’età adulta e i suoi piaceri siano sempre fuori portata?

Sul più bello inizia con Marta che ci dice che non è sbocciata in un cigno, ma è rimasta un brutto anatroccolo, parlando di temporalità sconvolte e corpi ribelli. Questa citazione compare prepotentemente alla fine di un altro video dell’IIS Marisa Bellisario, vincitore del 4° premio e la sua inclusione in ulteriori video-saggi suggerisce come raramente vediamo una protagonista femminile nel cinema e nella televisione italiana che esula dai canoni di bellezza tradizionali.

Altri video saggi che condividono il primo e il quarto premio congiunti si sono rivolti al corpo femminile dell’adolescente che non è conforme alle aspettative sulla forma del corpo. Per vincere il primo premio, gli student* del Liceo Scientifico Oberdan hanno prodotto una voce fuori campo lirica per accompagnare le immagini del film Dolcissime (The Sweeties, Ghiaccio, 2019), un’altra commedia, che parla di come tre ragazze più grandi usano l’amicizia e il nuoto sincronizzato per superare il loro ostracismo. Sottolineando la resistenza del film alla “cultura della bellezza”, i videomaker adolescenti osservano come la difficoltà di affrontare ciò che abbiamo dentro ci renda una società ossessionata dal sé esterno.

Le ragazze dell’ ITET T. di Lampedusa (Sant’Agata di Militello) a lavoro creando il loro video saggio per la challenge

Il tema dell’obesità in Dolcissime ci riporta a Mi chiedo quando ti mancherò. Una delle presunzioni più enigmatiche di questo film è un secondo sé (Claudia Marsicano) che accompagna Amanda nei suoi viaggi, un sé precedente e più grasso, un’adolescente “donna indisciplinata”, trasgressiva, sgargiante, che incita alla rabbia e alla violenza, che Amanda, potenziata dal suo tuffo, lascerà sulle cime delle scogliere della Sardegna.

Le immagini selezionate dai videosaggiatori del Liceo Oberdan illustrano magnificamente come l’esperienza di stare in acqua fornisca una risposta senza peso al peso della ragazza allo specchio, portando il corpo nella sua imperfezione piuttosto che lasciarlo indietro. In questi film, superare la paura di immergersi e annegare aiuta le ragazze a superare la paura della morte sociale attraverso l’esclusione. Insieme, sono in grado di trovare forza nell’acqua e riemergere più sicuri. Anche i videosaggisti che hanno condiviso il 4° premio della ISS Margherita di Savoia di Roma si sono concentrati su Dolcissime, sottolineando, come quelli del Liceo Oberdan, come questa esclusione sociale operi in modo più invasivo attraverso i social media e i suoi dettami sulla forma femminile. Nel loro racconto l’acqua, e l’atto di “una continua apnea per sfuggire la vita”, suggeriscono la tentazione di sfuggire definitivamente a questo incubo.

In linea con le osservazioni in questi video saggi, Fiona Handyside ed io avevamo infatti già sostenuto che il cinema europeo dipinge ripetutamente le ragazze nell’acqua come resilienti, “purificate e sostenute dall’acqua, [essi] promettono un mondo in cui la femminilità giovanile sopravvive alla minaccia dello sfruttamento e dell’instabilità economica”.[5] In questa prospettiva, potremmo quindi apparire cinici sui continui incitamenti alle ragazze a essere forti, la ragazza che rappresenta il modo in cui i governi neoliberisti concepiscono i loro cittadini-soggetti, costretti ad attingere alle proprie risorse per sopravvivere,[6] ma ascoltando e guardando ciò che le ragazze adolescenti traggono letteralmente dalle paure di immergersi e morire che questi film tragicomici affrontano, possiamo capire di più su come i media intervengono nelle esperienze di vergogna del corpo, bullismo, aggressione sessuale, mancanza di sé stessi, fiducia e ansia per il futuro che affliggono l’esperienza femminile nell’adolescenza e oltre.

In conclusione, questo post ha esplorato solo un piccolo numero di video saggi presentati al nostro concorso e in un post successivo esploreremo come altri saggi affrontano le divisioni regionali e sociali della fanciullezza italiana. Il video-saggio realizzato dagli adolescenti si rivela una risorsa significativa per comprendere come questa tipologia di pubblico elabora film e televisione come parte della loro visione più ampia del mondo e tenendo in considerazione tutto ciò che ho detto fin qui, organizzeremo il concorso anche l’anno prossimo, espandendo la sua portata a nuove scuole in modo da poter esplorare ulteriormente ciò che piace e non piace del cinema e della televisione italiana alle ragazze, in particolare in relazione al genere. A nostra volta, attraverso la partecipazione ai principali festival cinematografici, inizieremo a condividere le nostre scoperte con le parti interessate dell’industria cinematografica e televisiva, favorendo il dibattito su come le storie delle ragazze potrebbero essere raccontate in modo diverso e quali storie attendono di essere raccontate.

Grazie:

Grazie a tutti i nostri meravigliosi student*, ai loro insegnanti e scuole di supporto! Parleremo dei vincitori del 2° e 3° premio, e di alcuni altri video saggi inseriti nei post successivi. Un ringraziamento particolare alla nostra giuria dedicata: Fabrizia Midulla, Emiliano Morreale, Federica Nicchiarelli, Varinia Nozzoli, Catherine O’Rawe e Chiara Salvo, e agli student* dell’Istituto E. Falck per la registrazione e la fotografia dell’evento.


[1] Grazie a Maria Elena Alampi e Dominic Barth per i commenti sulle prime bozze di questo post.

[2] ‘Murina’ Trailer: Martin Scorsese Exec Produces Camera d’Or Winner | IndieWire

[3] Catherine O’Rawe, Stardom and Masculinities in Contemporary Italian Cinema (Palgrave, 2014)

[4] Jia Tolentino, ‘Pure Heroines’ in Trick Mirror: Reflections on Self-Delusion (4th Estate, 2019), p. 110.

[5] Danielle Hipkins and Fiona Handyside, ‘The Ebbs and Flows of Girlhood Experience across European cinema’ in The Routledge Companion to European Cinema ed. by Gábor Gergely and Susan Hayward, (Oxford: Routledge, 2022) 

[6] Self made girls – il lavoro culturale

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Aborto: Limiti and possibilità nel cinema e televisione per teenager[1]

di Danielle Hipkins

I recenti dibattiti sui diritti all’aborto mi ha portato a riflettere su come, se non del tutto, l’aborto sia presente nella narrazione mediatica contemporanea. Nel contesto del nostro progetto sulla adolescenza nel cinema e nella televisione italiana, il pubblico degli adolescenti incontra raramente storie che includono l’aborto.

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Mi Chiedo Quando Ti Mancherò

Film Review di Francesca Di Fonte

ITET Tomasi di Lampedusa, Sant’Agata Militello (ME)

Il film Mi chiedo quando ti mancherò (Francesco Fei, 2019) e tratto dal romanzo di Amanda Davis Wonder When You’ll Miss Me, narra di una giovane ragazza, Amanda, che per affrontare la cosiddetta difficile e tosta adolescenza si crea una sorta di amica immaginaria per protezione, in modo da aiutarla a prendere le “giuste” decisioni ma ben presto questa amica si impadronirà della sua vita rendendola addirittura una comparsa e facendola sentire abbastanza insicura.

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Nuove adolescenze al femminile calabresi sullo schermo: “A Chiara” e non solo

By Danielle Hipkins

Le attrici dei film A Chiara, The Good Mothers and Una femmina

Ieri sera, all’età di 17 anni, Swamy Rotolo di Gioia Tauro in Calabria è diventata la più giovane a vincere il prestigioso premio del cinema italiano, il David di Donatello, come migliore attrice protagonista per il suo ruolo in A Chiara (2021) di Jonas Carpignano. Questa vittoria riflette un interesse più ampio e senza precedenti per l’adolescenza nel cinema e nella televisione italiana di cui si occupa il progetto A Girls’ Eye View. In questa luce forse non sorprende che, mentre Jonas Carpignano chiudeva la sua trilogia calabrese, si sia rivolto a raccontare la storia immaginaria della quindicenne Chiara, una figlia proveniente da una famiglia mafiosa immaginaria che fa i conti con la vita criminale segreta di suo padre.

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Euphoria: sembrava bellezza

Articolo di Leonardo Campagna

Fonte SkyTg24

La seconda stagione di Euphoria è finita. Un senso di malessere a questa notizia è innegabile, che sia per questioni rimaste inconcluse, o per il pensiero che dovremo attendere parecchio tempo prima di rivedere dei personaggi fondamentalmente odiosi e problematici ma che in fondo abbiamo imparato ad amare.

 Euphoria è sempre più Euphoriamania: gli episodi vengono attesi e sofferti per tutta la settimana, consumati avidamente e commentati in tempo reale sui social come fossero un evento irrinunciabile (anche dagli stessi attori, come Angus Cloud su Twitter), e il resto è un continuo “Euphoria out of context”, teorie complottistiche sulle sorti dei personaggi, meme, montaggi su YouTube delle scene più belle (o più brutte), battute dei personaggi che diventano frasi cult (“Is she auditioning for Oklahoma?”, “Bitch you better be joking”, “Lexi you’re a fucking G!”), almeno fino all’episodio successivo.

Partita come un incrocio fra l’omonima serie israeliana e la personale esperienza di lotta contro l’abuso di droghe del regista Sam Levinson (Assassination Nation, Malcolm & Marie), quella di Euphoria è una ricetta dove ci sono tutti i sapori, e sono tutti forti e distinti: il dolce, il salato, l’amaro, l’acido, che si declinano in tenerezza, amore, disperazione, malinconia, insicurezza, dubbio, disprezzo. Il risultato è puro melodramma, o Melodrama, come l’album di Lorde dal quale è stata tratta“Liability”, la canzone da “cuori spezzati di tutto il mondo unitevi” utilizzata nello speciale su Jules per una scena che è una versione affettiva della scena psichedelica dell’occhio di 2001: Odissea nello Spazio. È un melodramma perché le emozioni sono elevate a livelli esponenziali, anche quando i personaggi non parlano (come nel caso di Cassie, che in certi momenti riesce a trasmettere i propri tormenti interiori senza dire una parola, soltanto con il proprio sguardo riflesso allo specchio), ma anche per il ruolo che ha la musica, drammatico hip-hop elettronico firmato da Labrinth con incursioni di Arca, Billie Eilish, Rosalía, Arcade Fire, Beyoncé, Orveille Peck, Moses Sumney ma anche Madonna, Bonnie Tyler, En Vogue, Depeche Mode.

Al centro del mondo di Euphoria vi è l’adolescenza, narrata come non si vedeva dai tempi di Skins. Per sintetizzarne la discendenza, basta ricorrere ad una delle frasi meme di Twitter: “Skins walked so that Euphoria could run”. Vi è quindi una narrazione di questo tempo della vita per nulla ingentilita, spesso difficile da guardare ma dal profondo impatto emotivo. Ad accentuare tutto ciò, un’estetica da videoclip musicale che ricorda il miglior Xavier Dolan: Cassie in lacrime circondata da fiori come un’Addolorata, Jules come Frida Kahlo con la sua Rue/Diego Rivera disegnata sulla fronte, il trionfante numero musical nello spettacolo teatrale di Lexi sulle tinte omoerotiche della mascolinità tossica.

Ad ambienti e colori verdastri, marroni, grigi e giallognoli si alternano neon verdi e blu, led, laser, glitter. Ogni personaggio è perfettamente caratterizzato da costumi e make-up: gli occhi di Maddy enfatizzati da spesse righe di eye-liner e strass ed il suo corpo vestito da capi d’abbigliamento che sembrano usciti da Fashion Nova, Jules che nella prima stagione ha un trucco fiabesco ed un abbigliamento da Sailor Moon e che nella seconda stagione si inspessisce di vestiti larghi volti a marcare una sua acquisita disillusione, Kat che veste latex e borchie per sottolineare una presa di controllo sul proprio corpo non conforme agli standard di bellezza. A Tabi boots di Margiela, sandali Prada e microbags di Balenciaga si contrappongono camicie di flanella, giacche di jeans da mercatini dell’usato e pantaloni cargo di tre taglie più grandi.

È tutto troppo, in Euphoria: troppo glamour, troppo patinato, troppo drammatico. E se a volte tali “troppo” sembra lo rendano inverosimile, risultato di un’eccessiva enfasi formale e sostanziale sul pathos tale da apparire autoindulgente, è innegabile che le forme che questa serie TV assume rispecchino con grande accuratezza l’intersezione fra l’estetica Gen Z e i turbamenti tipici del crescere.

Il contesto è quello dei suburbs americani, dove villette a schiera con portici e massicci portoni di legno si contrappongono a case prefabbricate, per certi versi simili ad una qualunque provincia italiana dove vi sono le belle case del centro e i palazzoni di cemento in periferia.

Le tematiche, anche per sottolinearne l’intramontabilità, sono riassumibili con una frase di Joan Didion da Slouching Towards Bethlehem: “The themes are always the same. A return to innocence. The invocation of an earlier authority and control. The mysteries of the blood. An itch for the transcendental, for purification. […] They are sixteen, fifteen, fourteen years old, younger all the time. An army of children waiting to be given the words”.

Ed è vero, i temi sono sempre gli stessi: l’abuso di sostanze stupefacenti causato da un lutto incolmabile o da una realtà dalla quale si cerca in tutti i modi di fuggire, i daddy issues esacerbati dal vivere in una famiglia disfunzionale, la body positivity con i suoi lati più coercitivi, l’identità di genere, la sessualità vissuta online che sfocia in slut-shaming, l’idea di non meritarsi amore, il sentirsi sbagliati in ogni situazione, la sensazione di essere imprigionati in una dimensione che non si sente propria.

Il risultato è una messa a fuoco sull’adolescenza che molto ricorda Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti: spietata e confusa, un periodo claustrofobico di incessante scrutinio che fa sentire soli ed irrecuperabili, qualcosa da dimenticare piuttosto che da romanticizzare o ricordare con affetto.

E per quanto le critiche e le perplessità mosse alla serie siano comprensibili (i “troppo” di prima), esse mancano un dettaglio importante: Euphoria narra un’adolescenza che esiste, è presente, con tutte le sue nevrosi e i suoi disagi, e che soprattutto in Italia (per quanto vi siano delle differenze sostanziali fra l’essere adolescenti in Italia e negli Stati Uniti) viene resa invisibile o bacchettata dagli adulti con slogan paternalistici. Chi si ricorda quella fallimentare ed inquietante pubblicità progresso degli anni Novanta “Se ti droghi ti spegni” con i ragazzi dagli occhi vuoti? Ecco, infatti.

Euphoria narra la fine del mondo, e per questo motivo è certamente consolante.

Dunque chi non si è mai decolorato dopo una relazione finita male (“Ossigenarsi a Taranto è stato il primo errore, l’ho fatto per amore di un incrociatore”, come scrisse Arbasino), chi non ha mai pensato di silenziare le voci nella testa con alcool e stupefacenti, chi non si è mai fatto le canne nei posti più desolanti della propria città, chi guardando le foto di quando aveva sedici anni riesce a riconoscersi con tenerezza e malinconia, e chi in generale invoca l’adolescenza come tempo di massimo splendore del sé, allora scagli la prima pietra.

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“Luna Park”: l’alleanza tra Nora e Rosa

di Flavia Franguelli

Scritta da Isabella Aguilar e distribuita da Netflix nel settembre 2021, la serie italiana “Luna Park” ruota attorno alla storia di Nora e Rosa, due sorelle che, separate alla nascita, si rincontrano e decidono di indagare sul loro passato. Televisori appena acquistati, poster de “La dolce vita”, Vespe colorate e una fedele riproduzione de “Il musichiere” non lasciano dubbi sull’ambientazione della serie: l’Italia degli anni Sessanta.

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Tavola rotonda per “A Girls’ Eye View”, Auditorium Salesiani “Don Bosco”, 18 novembre 2021

(Università di Exeter, Sapienza Università di Roma, IIS Marisa Bellisario)

By Danielle Hipkins (Translation and editing by Flavia Franguelli)

Il video della tavola rotonda è disponibile a questo link: https://vimeo.com/688868315

Uno dei principali obiettivi del progetto è ascoltare e stimolare le opinioni delle adolescenti italiane sul ruolo che cinema e televisione italiani hanno, o potrebbero avere, nelle loro vite.

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